La questione della videosorveglianza trova una recente soluzione con la riforma del  Condominio, in particolare con il nuovo art. 1122-ter cod. civ. 
Il  legislatore della riforma (legge 220 dell'11 dicembre 2012, pubblicata in G.U. 293 del 17 dicembre 2012, e, quindi, con entrata in vigore alla data del 18 giugno 2013, cioè a sei mesi dalla predetta pubblicazione) ha introdotto nel “sistema” della disciplina condominiale  la videosorveglianza, ipotesi che, nello specifico, si riferisce alla delibera di installazione dei relativi impianti.
La novità legislativa impone un richiamo al tenore testuale della norma che, in un unico comma, esattamente prescrive che «le deliberazioni concernenti l'installazione sulle parti comuni dell'edificio di impianti volti a consentire la videosorveglianza su di esse sono approvate dall'assemblea con la maggioranza di cui al comma 2 dell'art. 1136»
E' necessario considerare l'art. 1122-ter cod. civ. sotto due distinti profili: da una parte, esaminando le implicazioni dirette che derivano, e  possono derivare, dalla sua applicazione/interpretazione, e, dall'altra,  cercando di individuare quali possano essere i punti di contatto con altri provvedimenti “normativi” (soprattutto quelli del cosiddetto “Garante della privacy”).
Per quanto riguarda ciò che l'art. 1122-ter cod. civ. prescrive, va osservato che:
 - la norma ha ad oggetto la deliberazione dell'assemblea riguardante l'installazione di impianti di “ videosorveglianza” e, secondo l'impostazione data, si limita esclusivamente a indicare i relativi quorum maggioritari (necessari affinché la decisione sia assunta validamente), evitando di fornire qualificazioni o chiarimenti su quale esattamente sia l'impianto a cui si riferisce, fatta salva l'indicazione che il medesimo è “volto a consentire” un controllo visivo dei luoghi;
 - l'oggetto della delibera assembleare è parificato a una vera e propria “innovazione”, in forza del richiamo (e dell'applicazione) dei quorum previsti dal comma 2  dell'art. 1136 cod. civ. che sono i medesimi richiesti per le ipotesi elencate nel “nuovo” comma 2 dell'art. 1120 cod. civ. Si tratta di quel tipo di innovazioni che possono definirsi “ agevolate” in quanto realizzabili con una maggioranza inferiore a quella prevista per l'ipotesi “ordinaria”, cioè, in  quest'ultimo caso, a quella del comma 5 dell'art. 1136 cod. civ. Va precisato
  che anche il comma 2 dell'art. 1136 cod. civ. è cambiato con la riforma, in quanto, anche se di identico tenore testuale rispetto al passato, vede probabilmente un abbassamento dei relativi quorum in forza di una sua lettura combinata col comma 1 della stessa norma. In via generale, può dirsi che l'installazione di un impianto di videosorveglianza rappresenta certamente
un'innovazione, in quanto è innegabile che costituisca un' “opera nuova”, prima non esistente nell'edificio
. Dalla qualificazione in termini di “innovazione” discende anche la conseguente necessità di una ripartizione dei relativi costi tra tutti i condomini, in ragione della loro quota millesimale di proprietà, impostazione che trova la sua giustificazione nell'armonizzazione
al costante orientamento giurisprudenziale chiaramente applicabile anche a tale “nuova” ipotesi. Sotto detto ultimo aspetto, nulla impedisce che possano eventualmente essere applicate alla fattispecie le regole riguardanti il cosiddetto “condominio parziale” in base alle quali, qualora il bene e/o l'impianto fornisca utilità a un gruppo “ristretto” di condomini, la ripartizione dei costi di esercizio e/o di conservazione deve essere effettuata all'interno dei relativi componenti, esclusi i soggetti che, appunto, non ricevono la predetta utilità;
 - considerando che la norma si riferisce tout court alle “deliberazioni”, appare corretto affermare che, secondo i principi generali, l'adozione della relativa decisione è di stretta competenza dei condomini, intesi come proprietari/intestatari delle porzioni di piano comprese nell'edificio, con esclusione (implicita, ma non tanto) di qualsiasi facoltà a favore di altre  tipologie di “ abitanti”, in primis degli eventuali conduttori/inquilini. Tale inevitabile effetto ad excludendum della norma risulta piuttosto discutibile, soprattutto se si considerano gli interessi coinvolti nel fenomeno, che non sono solo quelli dei “proprietari” ma anche quelli finalizzati a una più specifica tutela della “privacy”, la quale va certamente riferita anche a coloro che stabilmente abitano l'edificio, senza esser
  necessariamente titolari di diritti immobiliari. Un tale profilo, peraltro, era stato già esaminato dal Garante della privacy il quale, in un suo provvedimento di qualche anno fa (esattamente, nella “Segnalazione al Parlamento e al Governo sulla videosorveglianza nei condomini” del 13 maggio 2008), già evidenziava che non era chiaro «se l'installazione di sistemi di videosorveglianza possa essere effettuata in base alla sola volontà dei (com)proprietari... o se rilevi anche la volontà di coloro che rivestono la qualità di conduttori».
Sotto l'altro predetto aspetto, occorre evidenziare che la nuova norma, considerato che si limita a prevedere l'ammissibilità di una delibera di installazione dell'impianto di videosorveglianza adottata a maggioranza, non può che collocarsi nel solco della precedente giurisprudenza in materia e anche, soprattutto, all'interno dell'ambito di vigenza delle prescrizioni del cosiddetto Codice della privacy (D.Lgs. 196/2003). Infatti, anche a prescindere da quanto l'art. 1122-ter prevede, e che si collega esclusivamente alla modalità
con la quale viene assunta la decisione di realizzazione dell'opera, le regole già previste per tale tipo di impianto non risultano in alcun modo derogate e/o superate, con la conseguenza della loro vincolatività anche per i soggetti che procedono all'installazione de qua.
Se così è,  l'installazione della videosorveglianza nell'edificio condominiale, a prescindere dalla validità della delibera assembleare che la decide, non può realizzarsi se non in conformità con i principi espressi, in particolare, nei “provvedimenti generali” del Garante della privacy datati 29 aprile 2004 e 8 aprile 2010 quest'ultimo di mera integrazione del primo, finalizzati a regolamentare la specifica fattispecie della videosorveglianza in condominio, e secondo i quali:
 -  l'installazione della videosorveglianza all'interno di edifici abitativi, benché  non sia soggetta al Codice quando i dati non sono comunicati sistematicamente o diffusi, richiede comunque l'adozione di cautele a tutela dei terzi;
 - nel caso di ripresa video di aree private, al fine di evitare di incorrere nel reato di interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis cod. pen.), l'angolo visuale delle riprese deve essere limitato ai soli spazi di esclusiva pertinenza, per esempio antistanti l'accesso all'abitazione, escludendo ogni forma di ripresa anche senza registrazione di immagini relative ad aree comuni (cortili, pianerottoli, scale, garage comuni) o antistanti l'abitazione di altri condomini;
 - nel caso di utilizzazione di un sistema di ripresa di aree condominiali da parte di più condomini o del condominio, l'installazione dei relativi impianti è ammissibile esclusivamente in relazione all'esigenza di preservare la sicurezza di persone e la tutela di beni da concrete situazioni di pericolo, di regola costituite da illeciti già verificatisi, oppure nel caso di attività che comportano, per esempio, la custodia di denaro, valori o altri beni (recupero crediti, commercio di preziosi o di monete aventi valore numismatico). In quest'ultimo caso va effettuata la necessaria valutazione di proporzionalità (cfr. art. 11, Codice privacy) in rapporto ad altre misure già adottate o da adottare (per esempio, sistemi comuni di allarme, blindatura o protezione rinforzata di porte e portoni, cancelli automatici, abilitazione degli accessi).
Oltre a tali ultimi canoni, nel caso dell'installazione di videosorveglianza in condominio restano validi anche i precetti generali del Codice della privacy, compreso, innanzitutto, il noto diritto alla cosiddetta “ informativa”, che nel nostro caso va effettuata “ almeno” mediante l'esposizione - nei luoghi oggetto della ripresa video - di un cartello di avvertimento. 
Sotto il profilo penalistico della fattispecie, qualche specificazione può essere fornita anche dalle pronunce della Suprema Corte, le quali, occupandosi del citato reato di cui all'art. 615-bis cod. pen., hanno precisato che:
 -  non configura il reato di interferenze illecite nella vita privata l'installazione, all'interno dei locali di proprietà esclusiva di un condomino di telecamere atte a inquadrare le aree condominiali antistanti l'ingresso ai suddetti locali onde accertare l'identità degli autori di ripetuti episodi di danneggiamento e imbrattamento verificatisi in danno del medesimo condomino, essendo le aree medesime destinate all'utilizzo, senza carattere di stabilità, da parte di un numero indifferenziato di persone (Cass., sent. n. 5591 dell'8 febbraio 2007);
 - sono legittime le videoriprese effettuate dall'esterno di un edificio che inquadrino l'ingresso, il cortile, il parcheggio e altri luoghi di transito comuni, anche per difesa da atti vandalici, in quanto si tratta di spazi esposti al pubblico, soggetti alla visibilità di coloro che vi transitano (Cass., sent. n. 22698 del 14 maggio 2008);
 -  la ripresa delle aree comuni condominiali non può ritenersi in alcun modo indebitamente invasiva della sfera privata dei condomini, giacché l'indiscriminata esposizione alla vista altrui di un'area che costituisce pertinenza domiciliare che non è deputata a manifestazioni di vita privata esclusiva è incompatibile con una tutela penale, della riservatezza, anche ove  risultasse che manifestazioni di vita privata in quell'area siano state in concreto, inopinatamente, realizzate e perciò riprese (Cass., sent. n. 44156 del 21 ottobre 2008).